Storie

Sant’Ambrogio: la basilica che Milano ha ricostruito tre volte

Fondata dal vescovo Ambrogio alla fine del IV secolo, ripensata in forme romaniche e ferita dalle bombe del 1943. Una chiesa che continua a cambiare senza perdere sé stessa.

SBStefano Bombace1 min di lettura
Basilica romanica in mattoni con quadriportico e due campanili, luce del mattino

Tra il 379 e il 386 il vescovo Ambrogio fece costruire, fuori dalle mura della Milano romana, una basilica destinata ad accogliere le reliquie dei martiri. La chiamò basilica martyrum e vi depose i corpi dei santi Gervasio e Protasio. Nel 397 vi fu sepolto lui stesso, e da allora la chiesa porta il suo nome.

Quella che vediamo oggi è in gran parte la ricostruzione romanica avviata alla fine dell’XI secolo sotto l’arcivescovo Anselmo III da Rho: tre absidi, nessun transetto, e il grande quadriportico che accoglie chi arriva dalla piazza. È uno spazio pensato come una soglia, che prepara al silenzio dell’interno.

Due campanili, due comunità

Una delle curiosità più note sono i due campanili. Quello «dei monaci», più basso, risale al IX secolo. Quello «dei canonici», più alto, fu completato nel 1128. Raccontano una convivenza non sempre facile tra due comunità che condividevano la stessa basilica.

Dentro, l’altare d’oro di Vuolvino, del IX secolo, è uno dei capolavori dell’oreficeria carolingia. Il ciborio poggia su quattro colonne di porfido rosso che provengono dalla basilica paleocristiana: un filo diretto con l’edificio voluto da Ambrogio.

Le ferite del 1943

Nell’agosto 1943 i bombardamenti colpirono il quadriportico, la cupola e il mosaico dell’abside. I restauri, guidati negli anni Cinquanta da Ferdinando Reggiori, hanno restituito alla città uno dei suoi luoghi più cari.

Sant’Ambrogio è anche una chiesa che guarda avanti: è da qui che è partito il progetto della CEI per i totem POS per le offerte digitali nelle parrocchie. Una basilica di sedici secoli che sperimenta strumenti nuovi è forse il modo migliore per raccontare cosa significa custodire un luogo di culto: non congelarlo, ma tenerlo vivo.

Continua a leggere

Altre storie

Dalla stessa rubrica e dalle ultime uscite di Fede Oggi.

Archivio