Staglieno, la città dei ricordi sulla collina di Genova
Aperto nel 1851, il cimitero monumentale di Staglieno è un museo all’aperto di scultura ottocentesca. Alla vigilia del 2 novembre, un luogo che racconta come una città ha scelto di ricordare.

Il progetto del cimitero monumentale di Staglieno porta la firma di Carlo Barabino, che non poté vederlo realizzato: morì di colera nel 1835. Il suo collaboratore Giovanni Battista Resasco ne portò avanti l’idea. I lavori iniziarono nel 1844 e il cimitero fu aperto il 2 gennaio 1851. Oggi si estende per circa 330.000 metri quadrati sulle colline della Val Bisagno.
Un museo a cielo aperto
Chi entra a Staglieno viene accolto dalla statua della Fede di Santo Varni, alta nove metri, davanti al Pantheon che riprende quello romano. Da lì si aprono porticati e gallerie popolati da centinaia di sculture: angeli in lutto, ritratti di famiglia, scene di addio di un realismo quasi fotografico.
Una delle storie più amate è quella di Caterina Campodonico, una venditrice di noccioline che risparmiò per tutta la vita per farsi ritrarre da Lorenzo Orengo e avere una tomba accanto a quelle delle grandi famiglie genovesi. Accanto a lei riposano figure come Giuseppe Mazzini e Constance Lloyd, la moglie di Oscar Wilde.
Staglieno ha affascinato viaggiatori come Mark Twain ed Ernest Hemingway, e le fotografie delle sue tombe sono finite perfino sulle copertine dei Joy Division.
Il senso della memoria
Al di là del valore artistico, Staglieno racconta qualcosa che il 2 novembre rende evidente: il modo in cui una comunità ricorda i suoi morti dice molto di come vive. La cura dei luoghi della memoria, delle tombe, dei nomi, è una forma di fede nella continuità tra chi c’è e chi non c’è più.
Nei giorni dei Santi e dei Defunti migliaia di genovesi salgono la collina. Non vanno a vedere un museo: vanno a trovare qualcuno.


