La dignità della persona non si misura in efficienza: il nodo vero dell’intelligenza artificiale
La dignità della persona non si riduce a parametri di efficienza: la domanda scomoda che l’intelligenza artificiale continua a porre.

Tra i tanti modi di discutere di intelligenza artificiale, quello che emerge con più forza dal dibattito ecclesiale in questi mesi è forse il più semplice da enunciare e il più difficile da applicare: la dignità della persona non può essere ricondotta a parametri di efficienza, profitto o capacità produttiva.
È una frase che suona quasi ovvia, finché non si prova a immaginare cosa significhi davvero in pratica: un algoritmo che valuta un candidato al lavoro, un sistema che decide chi merita un prestito, uno strumento che misura la produttività di un dipendente minuto per minuto. In ognuno di questi casi, il rischio è che la persona venga ridotta ai dati che la descrivono, perdendo tutto ciò che non è misurabile.
Non è un argomento contro la tecnologia in sé, ma un invito a non smettere mai di farsi la domanda più scomoda: questo strumento, così com’è progettato, guarda alla persona intera o solo alla sua funzione?


