Ottobre missionario: cosa vuol dire essere missionari restando in parrocchia
La missione non riguarda solo chi parte. Nelle comunità di tutti i giorni ci sono gesti concreti che rendono una parrocchia aperta a chi è rimasto fuori.

Ottobre è da sempre il mese che la Chiesa dedica alle missioni. Per molti l’immagine resta quella del missionario che parte per un altro continente, e quei volti restano fondamentali: medici, suore, sacerdoti e laici che vivono in luoghi dove il Vangelo arriva con fatica.
Ma la missione ha anche un indirizzo molto più vicino: il quartiere intorno alla parrocchia. Chi abita a duecento metri dalla chiesa e non ci entra da anni non è meno lontano di chi vive dall’altra parte del mondo.
Le porte che restano chiuse
Le ragioni per cui le persone smettono di frequentare sono tante, e non tutte hanno a che fare con la fede. Orari che non si conciliano con il lavoro. La sensazione di non conoscere nessuno. L’età e la salute, che rendono difficile anche solo raggiungere la chiesa. A volte una chiesa fredda, in cui non si sente quello che viene detto.
Una parrocchia missionaria comincia da qui: chiedersi chi manca e perché.
Gesti concreti
Ci sono comunità che hanno scelto di partire dal basso. Volontari che telefonano agli anziani soli una volta a settimana. Gruppi che portano la Comunione a domicilio e restano a parlare. Parrocchie che trasmettono la Messa domenicale per chi non può muoversi, curando che si veda e si senta bene. Oratori che aprono il cortile anche ai ragazzi che non frequentano il catechismo.
Nessuno di questi gesti richiede grandi budget. Richiede attenzione e continuità, che sono le due risorse più scarse di ogni comunità.
Il mese giusto per ripartire
Ottobre può essere il momento per fare un piccolo inventario: chi abbiamo perso negli ultimi anni? Chi non riesce più a venire? Cosa potremmo fare, da domani, per raggiungerlo?
La missione, in fondo, è questo: non aspettare che gli altri tornino, ma andare a cercarli.


