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Giovanni Paolo II e i media: la lezione che vale ancora nell’era dei social

Nel giorno della sua memoria liturgica, rileggere come Karol Wojtyła ha usato televisione, viaggi e internet aiuta a capire cosa manca oggi alla comunicazione delle parrocchie.

SBStefano Bombace2 min di lettura
Vecchia telecamera televisiva puntata verso una piazza con colonnato al tramonto

Il 22 ottobre la Chiesa fa memoria di san Giovanni Paolo II. Non è una data scelta a caso: è il giorno in cui, nel 1978, iniziò solennemente il suo pontificato in piazza San Pietro, davanti a una folla e, per la prima volta in modo così massiccio, davanti alle telecamere di mezzo mondo.

Wojtyła aveva capito presto una cosa che molte realtà ecclesiali stanno ancora imparando: i media non sono un accessorio della missione, sono uno dei luoghi in cui la missione accade. I suoi viaggi erano pensati anche per essere visti. Le grandi celebrazioni erano costruite perché arrivassero a chi non poteva esserci.

Prima di internet, già dentro la rete

Il sito ufficiale della Santa Sede venne messo online nel 1995, quando in Italia pochissime famiglie avevano una connessione. Dieci anni dopo, nel gennaio 2005, a pochi mesi dalla morte, Giovanni Paolo II firmò la lettera apostolica Il rapido sviluppo, dedicata proprio ai responsabili delle comunicazioni sociali. Il messaggio di fondo era semplice: non bisogna avere paura delle nuove tecnologie, bisogna abitarle con intelligenza.

È un invito che oggi suona quasi ovvio, eppure basta guardare la presenza digitale di molte parrocchie per capire quanto sia ancora attuale: pagine aggiornate a mesi alterni, orari delle Messe sbagliati, dirette streaming con un audio incomprensibile.

Cosa resta per le comunità di oggi

La lezione di Wojtyła non riguarda gli strumenti, che sono cambiati completamente. Riguarda l’atteggiamento. Tre cose, in particolare.

La prima: comunicare è un servizio, non una vetrina. Chi segue la Messa da casa perché malato o anziano merita la stessa cura di chi è nel banco.

La seconda: la qualità conta. Un’omelia che non si sente, in chiesa o in streaming, è un’omelia persa.

La terza: serve continuità. Una comunità che comunica solo nelle grandi occasioni non costruisce relazione.

Giovanni Paolo II ha parlato a miliardi di persone senza mai dare l’impressione di parlare alla folla: parlava a ciascuno. È ancora la misura migliore per giudicare come comunichiamo.

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